lunedì 9 novembre 2009
Fort Hood. Conclusioni (non) affrettate
A squarciare il velo di omertà che avvolge il sistema dei media, finora ci ha pensato soprattutto il quotidiano britannico Daily Telegraph. Nell'edizione di sabato, Philip Sherwell e Alex Spillius hanno raccontato come Hasan, nel 2001, frequentasse la «controversa moschea Dar al-Hijrah, di Great Falls (Virginia) insieme a due dei terroristi dell'11 settembre». Nella stessa moschea, nel maggio 2001, si sono svolti i funerali della madre di Hasan. «L'imam di quei giorni - scrivono Sherwell e Spillius - era Anwar al-Awlaki, un americano di origine yemenita a cui è stato impedito di partecipare a un incontro pubblico a Londra, perché accusato di aver sostenuto gli attacchi terroristici contro le truppe britanniche in Iraq e in Afghanistan». Il Telegraph ha anche raccolto la testimonianza di Charles Allen, ex sottosegretario all'intelligence del dipartimento per la Homeland Security, che descrive al-Awlaki (che ora vive in Yemen), come un «supporter di al-Qaeda, leader spirituale di tre dei dirottatori dell'11 settembre, che indottrinava i musulmani americani con prediche online che incoraggiavano gli attacchi terroristici contro le strutture militari statunitensi».
Hasan, che alcuni dei sopravvissuti dichiarano aver sentito urlare «Allah Akhbar» mentre sparava alle sue vittime con due pistole semi-automatiche, prima della strage ha distribuito copie del Corano ai vicini di casa. E chi lo conosce bene dice di avergli sentito esprimere l'opinione che «la guerra al terrorismo è in realtà una guerra contro l'Islam», il tutto condito da «sentimenti anti-semiti» e la difesa d'ufficio dei suicide bombers. «Non sono sorpreso dalla notizia della strage - dice al Telegraph il dottor Val Finnell, che insieme ad Hasan aveva seguito un corso nel 2008 - era una bomba ad orologeria pronta ad esplodere». Secondo i parenti, dopo la morte dei genitori (nel 1998 e nel 2001), Hasan era diventato sempre più devoto, affogando la propria malinconia nella lettura ossessiva del Corano. «Non aveva una fidanzata, non andava a ballare, non frequentava locali», dicono. Sembra che, quando viveva nei sobborghi washingtoniani di Silver Spring, Hasan si fosse iscritto ad un servizio di “ricerca dell'anima gemella” per musulmani, specificando che cercava una donna che indossasse il velo e che pregasse almeno cinque volte al giorno. Una ricerca rivelatasi inutile.
Nell'edizione di domenica del Daily Telegraph, il corrispondente degli Stati Uniti, Nick Allen, scava ancora di più in profondità, svelando che Hasan - durante un convegno a cui partecipava insieme ad altri dottori al Walter Reed Army Medical Centre, dove lavorava fino a sei mesi fa, prima di essere trasferito a Fort Hood - aveva dichiarato che «gli infedeli dovrebbero essere decapitati e costretti a bere olio bollente» (non si sa se prima o dopo la decapitazione). Vi sembra il ritratto di un uomo sotto stress o quello di un fondamentalista islamico? Molti suoi colleghi, scrive Allen, raccontano che Hasan diceva di sentirsi «prima musulmano e poi americano”. E uno dei poliziotti che ha tentato di impedirgli la strage spiega che, durante la sparatoria, Hasan gli è sembrato «molto calmo». Per il senatore democratico Joe Lieberman, che presiede il comitato per la Homeland Security, questi sono «forti segnali di avvertimento» che avrebbero dovuto mettere l'esercito statunitense sull'avviso e identificare Hasan come «un fondamentalista islamico». «In casi come questi l'esercito dovrebbe seguire una linea di “tolleranza zero” - spiega il senatore - e procedere ad una espulsione immediata». Ma i colleghi di Hasan si difendono, affermando di non aver voluto presentare un reclamo ufficiale per paura di essere etichettati come “razzisti”.
Ecco le conseguenze della dittatura contemporanea del politically correct: ignorare l'evidenza, per paura di essere tacciati di razzismo o anti-islamismo dai campioni del multiculturalismo. E continuare ad ignorare la realtà, sistematicamente e metodicamente, perfino di fronte al sangue di tredici innocenti, vittime del peggiore attacco terroristico subito dagli Stati Uniti d'America dopo l'11 settembre 2001. Welcome to Obamaland.
UPDATE. Qualcosa inizia a muoversi, sul canale che - secondo Obama - non trasmette «news».
giovedì 5 novembre 2009
Change I Can Believe In!
«Con il 49% del repubblicano Chris Christie contro il 44% di Corzine, le elezioni non erano abbastanza incerte per poter essere rubate da ACORN. Malgrado Corzine sia andato specialmente bene tra le prostitute minorenni del Salvador che vivono in case di proprietà del governo».
«I media cercheranno di salvare la riforma sanitaria parlando soltanto del 23° distretto di New York, dove ha vinto un democratico. Congratulazioni, democratici: avete vinto un seggio del Congresso a New York. La prossima sarà: un cattolico eletto Papa».
«I conservatori sono più popolari dei repubblicani. Al contrario, i liberal sono meno popolari dei democratici. Quando i conservatori prendono il controllo del Partito repubblicano, i repubblicani vincono. Quando i liberal prendono il controllo del Partito democratico, i democratici restano senza potere dagli 8 ai 12 anni».
mercoledì 4 novembre 2009
La sconfitta di Obama
«Non guardiamo a queste corse per il governatore - ha detto, ancora prima dei risultati ufficiali - come a qualcosa che possa significare molto per i nostri sforzi riformatori o in vista delle elezioni del 2010». Ma si trattava del più classico degli spin pre-elettorali. Perché, nella notte tra martedì e mercoledì, la batosta è arrivata. Dura e per certi versi inaspettata. E le “vittime” principali sono senz’altro il Partito democratico e l’amministrazione guidata da Barack H. Obama. «Anche nel 2001 - ha spiegato Gibbs, questa volta a sconfitta ormai consumata - i Repubblicani hanno perso Virginia e New Jersey, ma non credo che questo abbia influito sulle scelte legislative del presidente Bush».
Tutto vero, naturalmente, ma questo racconta soltanto una parte (e tutto sommato marginale) della realtà. Perché a vedere le sfide per le poltrone di governatore in Virginia e New Jersey come un “referendum su Obama” non erano soltanto i repubblicani più ottimisti, ma anche gli strateghi democratici che avevano deciso di investire nelle due elezioni una montagna di dollari e il “capitale politico” dello stesso Obama. Il presidente, infatti, si è fatto vedere moltissimo negli ultimi mesi, soprattutto in New Jersey, dove i democratici hanno subito una delle sconfitte più amare degli ultimi decenni.
La Casa Bianca può anche continuare a “far finta di niente”, insomma, ma è davvero poco probabile che questo mini-test elettorale non provochi contraccolpi sulle dinamiche politiche nella beltway washingtoniana, soprattutto perché le due docce fredde di Virginia e New Jersey non sono arrivate da sole. Ma proviamo a entrare nel dettaglio.
La sconfitta democratica dalle proporzioni più vistose è arrivata in Virginia, dove il candidato repubblicano Bob McDonnell ha sconfitto Creigh Deeds con più di 300mila voti e 17 punti percentuali di distacco (58,6% contro 41,2%), “trascinando” con sé anche i candidati del Gop per le cariche di Liutenant Governor (Bill Bolling) e Attorney General (Ken Cuccinelli), anche loro vincenti, rispettivamente, con 13 e 15 punti di vantaggio. Nel Commonwealth della Virginia, la carica di governatore è limitata a un solo mandato, quindi tecnicamente nessuno dei due candidati era un incumbent, ma il governatore uscente era il democratico Tim Kaine, che nel 2005 aveva battuto il repubblicano Jerry W. Kilgore con quasi 100mila voti 5 punti percentuali di distacco. Ecco le proporzioni reali - e impreviste - della disfatta democratica di quest’anno: uno swing di quasi mezzo milione di voti (e oltre 20 punti percentuali) in cinque anni. Oppure in un anno, visto che nel 2008 Obama aveva ottenuto in Virginia più o meno lo stesso risultato di Kaine.
Spazzato via, in questo caso soprattutto per colpa della pessima campagna elettorale di Deeds, anche lo storico vantaggio democratico nelle contee del nord (in pratica sobborghi di Washington), dove il partito da sempre costruisce le fortune elettorali necessarie per contrastare lo strapotere repubblicano nel resto dello stato. Oggi la mappa della Virginia è tornata a essere “rosso scuro”, con qualche isolata macchia blu intorno alle città di Alexandria, Richmond e Petersburg. Dopo appena dodici mesi, insomma, un purple state strappato al Gop dopo oltre 40 anni (l’ultimo democratico a vincere, prima di Obama, era stato Lyndon Johnson nel 1964), torna solidamente nella colonna repubblicana. That’s change.
Non con proporzioni così vistose, ma la sconfitta democratica in Virginia era tutto sommato prevista e, forse, già “digerita” dall’establishment del partito. Quella in New Jersey, invece, non era ipotizzata neppure dagli attivisti repubblicani più accesi, visto che il Garden State ha una tradizione che - da decenni - tende a registrare un distacco molto ridotto tra i due partiti durante i sondaggi effettuati in campagna elettorale, per poi trasformarsi in un sonoro landslide democratico nel giorno del voto. Anche quest’anno, dunque, il vantaggio accumulato dallo sfidante repubblicano Chris Christie nei confronti del governatore uscente Jon Corzine durante la primavera e l’estate, sembrava destinato ad evaporare in autunno. Complice anche la presenza di un “terzo incomodo”, l’indipendente (ex repubblicano) Chris Daggett.
Effettivamente, in settembre e ottobre i numeri di Christie sono iniziati a scendere pericolosamente, ma quelli di Corzine hanno stentato a decollare, fermandosi sempre appena al di sopra del 40% (un risultato pessimo, per un incumbent). Negli ultimi sondaggi prima del voto, Christie e Corzine erano praticamente alla pari. E la conventional wisdom era che, in qualche modo, i democratici sarebbero riusciti a portare a casa uno stato “blu” da oltre vent’anni. Il massimo a cui il Gop poteva puntare sembrava una “notte molto lunga” con l’esito deciso dal risultato del candidato indipendente (che in teoria tende a scemare nel giorno delle elezioni). Nessuno, ma proprio nessuno, ipotizzava una vittoria di Christie con oltre 100mila voti e oltre 4 punti percentuali di distacco.
È vero che Corzine era un governatore estremamente impopolare, perfino per gli standard del New Jersey. Ma in questo caso Obama si era speso moltissimo per impedire il pick-up repubblicano, battendo lo stato in lungo e in largo per sostenere il suo candidato. Nonostante il “tocco” di Barack, rispetto alla vittoria del 2005 Corzine ha perso 200mila voti e quasi 9 punti percentuali, mentre Christie, in confronto al candidato del Gop di allora, Doug Forrester, ha guadagnato più di 50mila voti e oltre 5 punti. Uno swing vicino al 15%, in uno stato “blu” coperto dal mercato pubblicitario di New York e su cui Obama e il partito democratico hanno investito decine di milioni di dollari. Una sconfitta clamorosa. Anche per Obama.
Qualche magro motivo di consolazione, i democratici possono trovarlo nella conferma di John Garamendi al 10° distretto congressuale della California e dalla vittoria più risicata del previsto del sindaco indipendente (ed ex-Gop) di New York, Michael Bloomberg contro William Thompson (50,6% contro 46%). Mentre il movimento progressive non si aspettava affatto la sconfitta nel referendum sul “matrimonio gay” in Maine, che lo ha visto sconfitto con oltre 5 punti di distacco.
Tutta un’altra storia è quella relativa al 23° distretto congressuale nello stato di New York, dove il democratico Bill Owens ha sconfitto di misura il candidato del Conservative Party, Doug Hoffman. In questo distretto storicamente repubblicano, si svolgevano special elections per sostituire John M. McHugh, scelto da Obama per essere il suo Secretary of the Army. I vertici del Gop hanno scelto Dede Scozzafava, candidato giudicato (non a torto) troppo liberal dalla base del partito, che si è ribellata riversando i propri consensi su Hoffman. Nel distretto si è scatenata una guerra senza quartiere all’interno del partito repubblicano, che ha portato al ritiro anticipato della Scozzafava (che ha poi appoggiato i democratici) e alla corsa all’endorsement per Hoffman da parte dei vertici del Gop.
A beneficiarne, è stato Owens, che ha vinto per poco più di cinquemila voti, ma che dovrà rimettere in palio il seggio il prossimo anno durante le elezioni di mid-term. I democratici, ora, cantano vittoria. Ma, come spiega Patrick Ruffini, “cyberguru” della campagna di Bush nel 2004, «a NY-23 si sono appena svolte le primarie del partito repubblicano e ha vinto Hoffman; le elezioni generali si svolgeranno nel 2010». Obama e i democratici faranno meglio a ricordarselo.
(domani in edicola, su Liberal quotidiano)
martedì 3 novembre 2009
lunedì 2 novembre 2009
NY-23 Galore
Round-Up: Michelle Malkin, Don Surber, Right Wing Nut House, Hot Air, American Thinker, Scared Monkeys, Stop The ACLU, Flopping Aces, Left Coast Rebel, Swing State Project, Little Green Footballs, The Other McCain, Conservatives4Palin.com, National Review, Gateway Pundit, Gates of Vienna, Power Line, NewsBusters.org, Riehl World View
domenica 1 novembre 2009
NY-23 Round-Up
Round-Up (left): Taylor Marsh, MyDD, The Washington Independent, Open Left, The Daily Politics, TPMDC, Daily Kos, Think Progress, The Impolitic, Crooks and Liars, DownWithTyranny!, Firedoglake, No More Mister Nice Blog, Gothamist, The Political Carnival, PoliBlog, The Moderate Voice, The New Republic
venerdì 30 ottobre 2009
NY-23. Do You Believe in Miracles?
UPDATE. Sullo stesso argomento, JCF e Giova.
UPDATE/2. Il dibattito televisivo tra Hoffman, Owens e Scozzafava su NewsChannel 9.
giovedì 29 ottobre 2009
Tutti gli uomini di via Gradoli
(Attilio Gambino, su Notapolitica.it)
mercoledì 28 ottobre 2009
Ahhnold!
The Garden State Enigma
martedì 27 ottobre 2009
Virginia on my Mind
Conservative Breakdown/3
lunedì 26 ottobre 2009
Conservative Breakdown/2
Nation Building
John R. Bolton, (in italiano) su Liberal di domani
Outside the Beltway
venerdì 23 ottobre 2009
Brunetta-Sacconi: continua la carica anti-Tremonti
(Attilio Gambino per Notapolitica.it)
Conservative Breakdown
giovedì 22 ottobre 2009
Virginia on my Mind
Smentite e riflessioni
Attilio Gambino per Notapolitica.it
C'è la smentita ufficiale del PdL sul presunto documento anti-Tremonti. Ed è giusto prenderne atto e registrarla. Quel documento non esiste, o forse esiste ma non è così importante. Non siamo stati, però, gli unici a parlarne se è vero come è vero che Mario Sechi in questi giorni su “Libero” sta scrivendo pagine e pagine su questa questione. Oggi che il dibattito è finito su tutti i giornali, “Libero” garantisce che "il manifesto è farina del sacco del partito" e rilancia analizzando punto per punto i temi messi sul tavolo dal presunto documento. Che ci sia o meno un documento scritto con quei contenuti, quel che conta è la questione politica che ci sta dietro. Nicola Porro in un editoriale su “Il Giornale” chiede al governo di abbassare le tasse. E il quotidiano della famiglia Berlusconi quando parla, non lo fa certo a vanvera.
Sempre di tasse da abbassare parla Caludio Scajola su “La Stampa” e uguale appello arriva dal direttore di Libero Maurizio Belpietro. Non c'è il documento, forse. Ma c'è il dibattito. E c'è una visione diversa sulla politica economica di questo paese. Da un lato Tremonti e i suoi fedelissimi, dall'altro il PdL un po' più liberale e legato al mito berlusconiano delle due aliquote. Nel mezzo, Silvio Berlusconi. Che prende le difese del superministro ma non è certo insensibile agli appelli dei "dissidenti". I partiti, su temi come questo, dovrebbero confrontarsi anche al proprio interno. Dovrebbero proporre, emendare, correggere, stimolare il dibattito. Quel che è successo nel nostro paese, invece, è l'esatto contrario: si è spostata ogni discussione sulla figura del Premier con acuti persino morbosi e si è letteralmente anestetizzato ogni dibattito interno ai partiti.
La storia di questo documento, o presunto tale, rilancia l'idea che nei partiti si possa e si debba parlare, contrapporre idee diverse su alcuni temi, proporre percorsi nuovi. Non partiti, quindi, in cui i documenti e le proposte programmatiche vengono tenuti sapientemente nei cassetti, ma movimenti che non reagiscono offesi, quasi vi fosse un delitto di lesa maestà, se quei documenti vengono divulgati e diventano parte del dibattito politico del Paese.
(crosspost su Freedomland)
mercoledì 21 ottobre 2009
Notapolitica.it - Auto-rassegna stampa
RUMORS,POI PIOGGIA DI SMENTITE DAI BIG;E IL TESTO RESTA APOCRIFO (di Chiara Scalise) (ANSA) - ROMA, 21 OTT - Nessun documento del Pdl per mettere in campo una politica economica alternativa alla linea dettata dal superministro Giulio Tremonti: il partito smentisce ufficialmente la paternita' di qualsiasi iniziativa, cercando di chiudere cosi' un nuovo potenziale fronte di scontro all'interno della maggioranza e del governo.Prima le indiscrezioni pubblicate sulle pagine del quotidiano 'Libero', poi il tam tam crescente nei corridoi della politica; infine, nel tardo pomeriggio, la pubblicazione di un vero e proprio decalogo sul sito 'notapolitica.it' (che i ben informati riconducono all'area del centrodestra) fanno dunque scoppiare un altro caso dando cosi' spazio ai rumors che raccontano di diffusi maldipancia nei confronti del titolare del Tesoro.La smentita cha arriva da via dell'Umilta' definisce il testo pero' 'fantomatico', spiegando come le firme non siano certo quelle dei vertici del partito e tantomeno quelle dei ministri (Denis Verdini, Fabrizio Cicchitto, Claudio Scajola, Stefania Prestigiacomo e Raffaele Fitto sono citati dal sito). Al massimo, si concede, si puo' essere trattato di un contributo di 'singoli parlamentari o gruppi di lavoro'.'Quel documento c'e' - spiega il ministro e coordinatore del Pdl Ignazio La Russa all'ANSA - ma e' uno come centinaia di altri che ogni giorno ci arrivano. Non so chi l'abbia scritto, so per certo chi non l'ha scritto: ne' ministri ne' organi interni di partito ne' gruppi di lavoro di qualsiasi genere riconducibili al Pdl'. Lui comunque lo ha avuto tra le mani piu' di 10 giorni fa e dice di non averci 'fatto grande attenzione'. E quindi l'idea del ministro e' che 'si voglia utilizzare un documento come tantissimi altri per creare un clima che danneggia i rapporti nel partito e nel governo Berlusconi'.Che sia uno solo o meno, nessuno comunque si assume la paternita' del testo. Fioccano invece le prese di distanza. Il presidente del gruppo alla Camera Cicchitto, il ministro dello Sviluppo Economico Scajola mettono nero su bianco la loro 'innocenza': 'Voci completamente destituite di fondamento', dice il primo; 'Non ho partecipato alla stesura di alcun contro-documento', aggiunge il secondo. E proprio perche' nessuno rivendica il testo, per il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Paolo Bonaiuti, occorrerebbe mantenere il sangue freddo e evitare 'di dare corpo alle ombre'. L'unico commento ironico arriva ovviamente dall'opposizione: 'Smentito il documento del Pdl? Peccato - dice il presidente dell'Udc Rocco Buttiglione - per una volta che parlavano di contenuti...'.Fatto sta che nel pomeriggio, quando ancora il decalogo non era apparso in rete, in molti tra i deputati del Pdl erano pronti a spiegare, anche se rigorosamente fuori dai taccuini, che il nervosismo nei confronti del ministro dell'Economia non fa che crescere nelle file della maggioranza e che un gruppo ristretto stava lavorando alla preparazione di un documento che mettesse insieme alcune indicazioni in grado di favorire una svolta nella gestione della politica economica del Paese. Che e' appunto quel cambiamento di cui da' conto il dossier anticipato da 'notapolitica.it' dove si chiede un passo diverso dal fisco alle riforme e soprattutto si chiede di voltare pagina nei rapporti con imprese e banche.(ANSA).
Apc-Governo/Pdl fibrilla su testo anti-Tremonti,big dietro iniziativa
Partito smentisce, ma fonti insistono: opera di Verdini-Cicchitto Roma, 21 ott. (Apcom) - Un documento anti Tremonti per chiedere un cambio di passo nella gestione della politica economica del governo, promosso da diversi big del Pdl. E' questa la voce che, rilanciata prima da alcuni quotidiani e poi dal sito 'notapolitica.it, agita il pomeriggio del centrodestra. Prima le smentite ufficiali dei diretti interessati, poi una mezza conferma: esiste un documento, ma si tratta di una delle centinaia di contributi al lavoro del governo, senza alcun carattere polemico contro il ministro dell'Economia. Ma a sera, nonostante le smentite e i tentativi di ridimensionare la portata del testo, continuano a circolare i nomi degli autori già emersi in giornata: secondo fonti del Pdl Denis Verdini e Fabrizio Cicchitto avrebbero raccolto i contributi di diversi ministri, fra i quali Raffaele Fitto, Stefania Prestigiacomo, Claudio Scajola e Renato Brunetta.Il primo a intervenire nel pomeriggio è il ministro per lo Sviluppo economico: "Non ho partecipato alla stesura di alcun contro-documento di politica economica, né ad alcuna iniziativa per `ridimensionare` il Ministro Tremonti", dice secco Scajola.Anche Fabrizio Cicchitto è chiaro: "Circolano voci completamente destituite di fondamento che hanno come unico scopo quello di provocare qualche fenomeno di destabilizzazione all'interno del Pdl".Poi arriva una nota ufficiale del partito. Da via dell'Umiltà non si smentisce l'esistenza del documento, ma lo derubrica a iniziativa personale: "Nella giornata di oggi si è scatenata una ridda di voci riguardanti un fantomatico 'documento' prodotto in via dell'Umiltà che si porrebbe in antitesi alle posizioni del ministro Tremonti. Ogni giorno, da sempre, vengono prodotti spontaneamente, da singoli parlamentari o da gruppi di lavoro, documenti che vogliono essere solo ed esclusivamente un contributo all'attività di governo o di un singolo ministro.Anche in questo caso tale appare probabilmente la natura del testo in questione". In realtà, anche uno dei dirigenti indicato tra gli estensori del documento, conferma che il lavoro di elaborazione andava avanti da mesi, con il contributo di "diversi ministri" e numerosi parlamentari.Un documento, sembra, discusso anche dai coordinatori nell'incontro avuto sabato con il premier Silvio Berlusconi. Un documento che in realtà sarebbe stato scritto da un personaggio non di secondo piano del Pdl. A sera fonti del partito insistono: è stato scritto da Denis Verdini e Fabrizio Cicchitto. Dai rispettivi entourage negano con decisione, resta aperto il giallo del documento senza paternità. Così come resta il mistero su chi abbia avuto interesse a diffondere il documento: tra le fila degli anti-tremontiani, è forte il sospetto che si sia fatto uscire il testo per 'bruciarlo' prima che assumesse un carattere di ufficialità.Tom/Rea/Bac 212148 ott 09
ESCLUSIVO! Il documento del PdL anti-Tremonti
UPDATE. Ooops!



























